domenica 3 gennaio 2016

"L'isola felice" di Marta

Marta Lazzarin
Marta non c'è più. O, meglio, il suo corpo non è più tra noi, ma il suo ricordo è vivo e vegeto. Anche in chi l'ha conosciuta di recente come me.

Quella sera di un anno e mezzo fa circa, dopo lo spettacolo alle Bolle Nardini a Bassano, saremo state oltre un'ora, fuori, a chiacchierare, nonostante il maltempo. Non ci eravamo mai viste prima, e nemmeno scritte, ma in poco tempo ci siamo trovate a raccontarci tutta la nostra vita. E quante cose in comune! La lunga relazione di coppia, ancora in corso, i sacrifici per trovare lavoro e costruirsi un nido, l'attività professionale nella comunicazione, l'esperienza a Londra (sebbene la mia in solitaria, vent'anni fa, e per soli sei mesi); e naturalmente la passione per i viaggi, che, di fatto, ci fece incontrare.

Al ritorno dal mio viaggio nel sud della Tunisia, infatti, contattai il noto sito di Marta e Chris (http://blogdiviaggi.com) per far pubblicare un mio pezzo sui villaggi berberi visitati. A loro piacque molto e me ne chiesero un altro, che scrissi volentieri, attingendo dai miei appunti di viaggio sull'esperienza nel Sahara, peraltro pubblicati anche in questo mio blog.
Da allora ci si scrisse ancora qualche altra volta, con Marta, in particolare, che proprio ai primi di luglio scorso, mi chiese come andava col piccolo, nato appena un mese prima. Aggiunse, anzi, queste parole, che allora non capii affatto: "Da domani sarò in un nuovo viaggio, in un''isola felice'". A conti fatti, oggi, è probabile che avesse appena scoperto di essere incinta...

Da tre giorni, da quando ho appreso la notizia della morte sua e del piccolo che portava in grembo da sette mesi, non penso quasi ad altro. Ho letto oggi il proposito a scopo benefico annunciato dal suo compagno nel blog. Una lodevolissima iniziativa, certo, ma anche un modo per sopravvivere al dolore, che altrimenti ti stritola. Con una forza che, vista da fuori, può nascere per assurdo solo nella disperazione più profonda, Chris scrive "cercherò con tutte le mie forze di regalare sorrisi a chi più ne ha bisogno, proprio come facevi tu; vedrai, sarai orgogliosa di me".
Chris, lo sarà senz'altro!
E in questo mio blog, per quanto sia piccola cosa in confronto al vostro, appoggerò il tuo progetto, in attesa di condividere con te, "Marta per mano e Leonardo sulle spalle", una tappa del tuo cammino lungo l'Italia, assieme a mio marito e al mio piccolo Ettore Aiace.


venerdì 6 novembre 2015

La poppata notturna che non ti aspetti più

Mio figlio ha compiuto 5 mesi ieri, eppure ho tuttora problemi di eccessiva produzione di latte. Come stanotte, quando il solito seno destro (non a caso ribattezzato Enola Gay fin dall'inizio da me e mio marito) era ormai così gonfio e turgido da impedirmi di girarmi nel letto senza provar dolore. Insonne da almeno un'ora, ho quindi preferito alzarmi per provare a risolvere con qualche impacco d’acqua calda. 
Davanti allo specchio, il seno in questione non solo era visibilmente più grosso, ma - come altre volte - presentava addirittura dei grumi sotto pelle, quasi fosse stato riempito di cubetti di ghiaccio.
Erano le 4.30 e dopo la quinta spugnatura calda e alcuni timidi tentativi di spremitura manuale (un’operazione che ho sempre detestato fare) dal capezzolo non usciva ancora niente. E intanto cominciavo a sentirmi infreddolita e debole da svenire. In un attimo ho così deciso di farmi una doccia calda, non prima però di aver mangiato cioccolata e bevuto un bicchiere di latte (appena in tempo: in cucina, per poco non mi accasciavo a terra).
Tuttavia, terminata la doccia, invece che un fiotto, come accaduto altre, più fortunate volte, dal seno sono uscite solo un paio di gocce, nonostante qualche pressione a mano aperta.
Lo sconforto stava per avere il sopravvento, quando mi è parso di sentire sveglio mio figlio. Troppo bello per esser vero, ho pensato. Se così fosse, potrei attaccarlo al seno, ma sarà stata la stanchezza a ingannarmi. In effetti è ormai da tre mesi che tira da sera a mattina senza mangiare. Mi sono comunque infilata la camicia da notte (quanto fastidio sul capezzolo!) e, coi capelli ancora bagnati, mi sono affacciata in cameretta per verificare: lo trovo sveglio e piagnucolante. Bingo! 
Me lo prendo in braccio, facendo attenzione a non sfiorare la bomba che mi ritrovo sul torace, e lo porto sul fasciatoio per cambiargli il pannolino. E' ancora intontito, ma piagnucola sempre di più: sembra aver proprio fame!
Me lo porto quindi in camera, m’infilo a letto, lo attacco al seno e… comincio a piangere. Non è dolore - quello è un brutto ricordo legato all’allattamento dei primi due mesi -, è immenso sollievo misto a gratitudine e amore.
Intanto si sveglia il papà: “Come mai piangeva?”. “Perché avevo bisogno di lui”.                 
Dicono siano le mamme, la notte, a svegliarsi a ogni minimo sussulto dei propri piccoli. Sarà che son dura d'orecchie o che son poco romantica, ma con me questo automatismo stenta a funzionare. Invece stanotte ho capito che è vero (anche) il contrario.

giovedì 13 agosto 2015

Marsupio ergonomico porta-bebè: una droga da assumere a miti temperature

In questi giorni sono alle prese con la decisione di prendere o meno uno di quei marsupi ergonomici di cui impazzano le recensioni on line. Già ne ho uno a disposizione, gentilmente prestatomi da una coppia di amici, ma pur essendo made in Italy, lascia le gambine dei piccoli a penzoloni. E questo "non va assolutamente bene", a sentire gli integerrimi “filosofi" del “portare”. Eh sì, perchè a proposito di marsupi e fasce porta-bebè pare ci siano delle vere e proprie scuole di pensiero, che uniscono genitori di tutte le razze in giro per il mondo.

Ad ogni modo, un’amica mi ha prestato il suo Manduca (design tedesco, fabbricazione cinese) e l’ho provato stamane per la prima volta. Tutti ne parlano gran bene, e a ragione. Perché per essere ergonomico, lo è a meraviglia (il bebè sta col culetto basso, la schiena a C e le gambette divaricate a M sulla pancia del portatore). Così come saranno senz’altro ergonomici l’Ergobaby (il diretto competitor del Manduca) e tutte le fasce del mondo. Basti pensare che il mio piccolo si è addormentato nel marsupio prima ancora di uscire dalla porta. Ma pochi specificano che, almeno d’estate, si suda. Eccome! Per carità, quella odierna è una delle giornate più calde di tutta la stagione, ma dopo neanche 10 minuti di discesa (discesa!) io e il mio piccolo avevamo le pance inzuppate. E sfido chiunque a sostenere che questo sia ergonomico. E non è colpa del Manduca in sé, perchè è evidente che due corpi, uno contro l’altro, se fa caldo, si fanno ancora più caldo, che siano stretti in un (qualsiasi) marsupio o in una qualsiasi fascia.

Insomma, lo compro o non lo compro (nuovo a circa 100 euro su Amazon)? Lì per lì ho pensato di no, nemmeno usato, se non a un prezzo inferiore a 60 euro. Perché il mio piccolo, tanto piccolo ormai non lo è già più (6,750 chili ad appena due mesi!) e, nonostante sui libretti di istruzioni scrivano che questi marsupi possono portare bimbi fino a 18 chili, sfido chiunque a farlo. Già stamane i quasi 7 chili di mio figlio si sentivano, per quanto siano ben distribuiti. Ma l’anno prossimo, quando inizierà a camminare e poi a sfrecciare sulla bici senza pedali, voglio vedere se mi verrà in mente di caricarmelo addosso; e se lui comunque si farebbe caricare addosso.

Tuttavia camminare con tuo figlio rannicchiato addosso, a portata di bacio, senza fare fatica, è una sensazione impagabile. Una droga, direi piuttosto, di cui ho deciso di abusare almeno nelle mezze stagioni, quando è anche piacevole scaldarsi a vicenda, pancia a pancia. Perché anche d’inverno, in effetti, la vedo dura col marsupio, tra cappotti e giubbotti che non stai certo a toglierti di continuo entrando e uscendo dai vari ambienti. E poi c’è la montagna: fra 10 giorni, ad esempio, partiamo per Bad Kleinkirchheim (Austria), dove ho intenzione di sfruttarlo nei sentieri, complici le temperature più miti rispetto a qui in collina.  

In definitiva, in estate e in inverno, io voto per il passeggino. In primavera e autunno per il marsupio, perlopiù quando voglio fare percorsi in cui le quattro ruote non vanno avanti, o commissioni che mi richiedano l’uso delle mani. Ragiono insomma in base a quello che ritengo il maggior comfort per il mio bimbo, prima ancora che per il mio. “Droghe" permettendo. ;-)  

Piccola reporter diventa... Piccola (mamma) reporter

Io al computer nella sua stanza, lui che dorme nella mia, in mezzo al lettone, in una delle più afose giornate di questa torrida estate 2015. Lui è Ettore Aiace, mio figlio, nato due mesi fa con un parto molto difficile, seguito da un allattamento al seno piuttosto doloroso, almeno per i primi due mesi. Ma tant’è: ora sono mamma e fino a un anno fa non c’avrebbe scommesso nessuno, io per prima. 
Allora ero in Puglia, appena rientrata dall’Irlanda. Il 2014 infatti è stato un anno di viaggi, assieme al mio futuro marito (ma anche no, come nel Sahara), preceduto dal sensazionale viaggio in Argentina del novembre 2013. E' stato anche l'anno in cui abbiam deciso di sposarci, un progetto nell’aria da almeno un paio d’anni, cui però non c’eravamo mai applicati seriamente, presi sempre da cose più urgenti. 
E fu proprio il giorno in cui andammo a fissare la villa per il rito e il ricevimento, che scoprii di essere incinta. Era il 27 settembre, un sabato mattina. E quattro mesi dopo, il 24 gennaio, a 38 anni e al sesto mese di gravidanza, mi sposavo.

Questa la cronaca di quanto successo nell'ultimo anno, da quando cioè il blog è rimasto in stand by. Nato per descrivere per lo più viaggi, da adesso diventa il blog di una mamma, giornalista e con la passione per i viaggi e le scoperte in genere, piccole o grandi, da condividere d'ora in poi anche con il suo cucciolo, la scoperta più grande che esista.

sabato 23 agosto 2014

MATERA, il magnetismo di una città antica aggrappata a un burrone

Da "vergogna nazionale" a patrimonio Unesco, i Sassi colpiscono il visitatore per la singolare bellezza

di Jenny Bassa

Può una città definirsi magnetica? Dopo aver visitato Matera, direi di sì. Addirittura io potrei dire di esserne stregata: il desiderio di andarci era talmente forte che una notte me la sognai pure (un sogno tormentato, a dire il vero) e appena me la sono lasciata alle spalle, una decina di giorni fa, ho sentito - e sento tuttora - la necessità di tornarci il prima possibile, nonostante i 900 chilometri di distanza. 

Matera, tuttavia, con i suoi antichi rioni, il Sasso Barisano e il Sasso Caveoso, non può essere definita bella nel senso classico del termine. Non è sontuosa come Vicenza o Lecce, né pittoresca come Siena o Amalfi. Matera è di quella bellezza un po' sghemba, di quel fascino sinistro quasi, che la fa somigliare ad una bella ragazza con un accentuato strabismo di Venere. Una bellezza imperfetta, quindi, ma non comune, che lascia il segno. 

Sono sensazioni, del resto, che riflettono la paradossale storia della "città sotterranea" della Lucania. Da "vergogna nazionale" nel secondo dopoguerra italiano, Matera è infatti passata, nel 1993, all'iscrizione nella lista del patrimonio mondiale Unesco (primo sito dell'Italia meridionale). Dalle abitazioni trogloditiche, in cui le famiglie, a metà del secolo scorso, dividevano gli spazi con muli e pecore, la città è ora candidata al titolo di capitale europea della cultura per il 2019.
In poco più di 60 anni, quindi, la città dei Sassi ha prima toccato il fondo di una storia ultramillenaria e poi ha via via risalito la china, ha compreso il proprio altissimo potenziale e si sta ora riscattando in chiave turistico-culturale.

Il mio primo impatto con la città vecchia è stato folgorante. Dopo aver attraversato in auto la parte più moderna di Matera, su un pianoro, ho raggiunto a piedi piazza Vittorio Veneto, dove, quasi per caso, mi sono affacciata al belvedere. Da non credere. Senza soluzione di continuità, complice il dirupo che rivestono, hanno invaso il mio campo visivo porzioni di case (il resto è scavato nella pietra), comignoli, tetti, finestre, porte, scalinate. Come scrisse Carlo Levi a proposito dei Sassi in "Cristo si è fermato a Eboli", nei primi anni Quaranta del secolo scorso, "… in quello stretto spazio fra le facciate e il declivio passano le strade, e sono insieme pavimenti per chi esce dalle abitazioni di sopra e tetti per quelle di sotto". O come riportavano già nel 1500 le cronache a proposito dei contadini, che all'imbrunire usavano accendere dei lumi fuori dalle abitazioni, cosicché a chi guardava i Sassi dall'alto, pareva di vedere un cielo stellato sotto ai propri piedi.

mercoledì 6 agosto 2014

IRLANDA, lungo la Wild Atlantic Way nord-occidentale

Alla scoperta di un angolo poco conosciuto dell'isola di smeraldo, dalle spiagge dei surfisti alle imponenti scogliere di Slieve League e di Achill Island, attraverso curiosi rilievi con "capezzoli" e a forma di incudine 

di Jenny Bassa

Contea Donegal
C'è una parte d'Irlanda per fortuna ancora snobbata dal turismo di massa, che ho avuto la fortuna di visitare nei giorni scorsi. Io stessa probabilmente non ci sarei mai stata, se lì non vi abitassero da poco più di un anno due cugini, di cui uno si è pure sposato di recente con una ragazza del posto.
Mi riferisco alla costa nord-occidentale dell'isola, a cavallo tra le contee di Mayo, Sligo e Donegal.
In Irlanda c'ero già stata sette anni fa, e guarda caso nella stessa costa atlantica, ma a sud: a bordo di un pulmino Wolkswagen, assieme al mio compagno e ad altri sei amici, battei a tappeto il Ring of Kerry, la penisola di Dingle, il Burren e il Connemara, arrivando così subito sotto al punto più a sud visitato in questo secondo viaggio.
E se allora l'Irlanda mi parve meravigliosamente dolce e accogliente nel paesaggio, stavolta l'isola mi ha svelato una faccia molto selvaggia, aspra e drammatica. Complici senz'altro anche le differenti condizioni meteo trovate: nel 2007, cinque giorni di fine aprile di eccezionale bel tempo; quest'anno cinque giorni a cavallo tra luglio e agosto di tempo variabile tendente al brutto, cioè il classico tempo irlandese. Solo che in Irlanda, quando si passa alla modalità "sunny", par di assistere all'accensione delle luci in un presepio, da quanto i colori di colpo passino da un indistinto e monotono grigiore a verdi così brillanti da sfiorare la fosforescenza (di qui la felice definizione di "isola smeralda"). Ad ogni modo, grazie ad ampie schiarite al momento giusto e grazie ad un'auto noleggiata all'aeroporto di Knock, sono riuscita anche stavolta a raggiungere e a godere alcune incantevoli mete naturalistiche a nord e a sud di Sligo, lungo la Ireland's Wild Atlantic Way (video promozionale).

martedì 29 luglio 2014

Maltempo a Caltrano: immagini e video (29 luglio 2014)

di Jenny Bassa

Foto e video da Caltrano (Vicenza), dove stamattina, lungo una via residenziale, si è riversato un fiume di acqua, fango e sassi, dopo una notte intera di pioggia abbondante.

Link al video (YouTube)


via Braglio

via san Lorenzo

Acqua, fango e sassi tra le villette: scene da maltempo

di Jenny Bassa

Foto e video da Caltrano (Vicenza), dove stamattina, lungo una via residenziale, si è riversato un fiume di acqua, fango e sassi, dopo una notte intera di pioggia abbondante.

Album fotografico

Video (YouTube)

Già da lontano si sente il fragore. Par proprio quello di un fiume, impetuoso. Ma è impossibile: qui non ci sono fiumi né torrenti. Poi però vediamo alcune persone, ferme in mezzo alla strada, mentre guardano davanti a loro. Capiamo che la via è chiusa: nel rettilineo che corre in discesa davanti a noi distinguiamo infatti alcuni mezzi della protezione civile, i quali, muovendosi lenti verso di noi, sollevano due alte ali d'acqua marrone. Ok, ora è chiaro: la strada è allagata.
Nel frattempo siamo arrivati al crocchio di persone. Stanno guadando alla loro sinistra: a monte, in via Braglio, sta scendendo un fiume d'acqua incanalato tra i muretti di recinzione delle abitazioni che si affacciano sulla strada asfaltata. E' acqua mista a fango, che corre giù velocissima, di qui il fragore che sentivamo.
Due ruspe stanno spostando i detriti portati a valle dal torrente. Anzi, li stanno accumulando proprio dalla nostra parte per creare un alto argine in grado di deviare la corrente dalle case poste ad un livello più basso.
Copertoni di tutte le misure, ruote di giocattoli e tricicli, fustini, taniche e ferri arrugginiti, sacchetti di plastica… Le benne sollevano quintalate di sassi e rifiuti di ogni genere. 

lunedì 28 luglio 2014

giovedì 17 luglio 2014

La pazza e i pecoroni

di Jenny Bassa


Lo spazio tra il palco e la platea, l'altra sera, era tutto suo. Se l'è preso, d'impeto, arrivando come un tornado che non t'aspetti. Saltava, cantava, ballava in vortici indemoniati. Sì, sembrava posseduta. Dalla musica di una cover band chiamata a intrattenere il pubblico di una sagra paesana.

Corpulenta, sulla quarantina, capelli mossi, ribelli pure loro, si lasciava condurre tarantolata nient'altro che dalla musica, al punto da togliersi le zeppe pur di ballare, sull'asfalto, a piedi nudi, libera come il vento, incurante di noi che la stavamo a guardare tra l'incuriosito e il divertito; i più, di certo, etichettandola per una pazza scatenata.

Fasciata in un abitino fantasia al ginocchio, non era poi affatto goffa. Anzi, sprizzava energia e gioia da tutti i pori, addirittura più di tutti quei bambini messi assieme che hanno interrotto le loro scorribande ai bordi della platea, per lasciarsi ipnotizzare da quel ciclone assatanato.

lunedì 7 luglio 2014

Un pozzo di storie invisibili racchiuse tra due date: il cimitero

di Jenny Bassa

Non è poi tanto male frequentare il cimitero. Con somma sorpresa, ho scoperto che potrei passarci delle ore, io, tra le tombe. Soprattutto se nei dintorni non c'è nessuno. Anzi, chissà cos'avranno pensato quelle due uniche donne incrociate ieri, all'ora di pranzo di una domenica estiva minacciata dalla pioggia, quando mi hanno visto indugiare davanti a svariate lapidi, a volte zigzagando tra una e l'altra per vedere meglio le foto o le scritte semi nascoste da vasi, fiori, tempietti, colonnine e statue.

Negli ultimi dieci giorni sono stata al cimitero più volte che in tutto il resto della mia vita, a causa della dipartita di mia nonna. E' probabile - ne sono consapevole - che lei, o il suo spirito, non mi veda e non mi senta, e infatti a volte mi chiedo che senso abbia recarsi lì. Del resto, la foto - bellissima, di lei sorridente - a casa ce l'ho e la vedo ogni mattina e ogni volta che scelgo o depongo gli orecchini. A pensarla, poi, non serve certo che mi sforzi: il suo ricordo mi assale spesso, soprattutto quando sono sola, magari in bus, tornando dal lavoro, mentre guardo lontano, fuori dal finestrino.
Allora, mi chiedo, a che serve raccogliersi davanti ad una lapide? Qualche metro sotto, certo, c'è la sua salma. Ma non mia nonna, che per me se n'è andata ancora in ospedale, e ben due giorni prima che il suo debole cuore cessasse di battere per sempre, lasciando sul letto nient'altro che un simulacro: è stato quello infatti il giorno più doloroso per me, quello in cui non mangiava e non beveva più, non mi stringeva più la mano e gli occhi restavano chiusi.

mercoledì 21 maggio 2014

Un lamento che mette il buonumore

di Jenny Bassa

A volte par un aereo, a volte un motorino, altre ancora una Bcs che fatica a partire, ma più spesso par un lamento continuo. Lo sento tutte le mattine, alle mie spalle. Dopo la prima volta, non mi son voltata più. Non ne sono spaventata, no. Neanche infastidita. E non sono pazza: il suono è reale, anche se nessuno, in bus, par farci caso. A me mette addirittura il buonumore.
È un ragazzo down, chitarra sul sedile a fianco, che "canticchia" quanto sente dai suoi auricolari rossi. Che bella la vita!

sabato 17 maggio 2014

Il nuovo enigmatico passeggero

di Jenny Bassa

C'è un uomo che viaggia nel mio bus che mi inquieta. Sarà per quel mazzo di chiavi che agita di continuo, compulsivamente. Sarà perché così dà fastidio a un bel po' di passeggeri attorno, ma lui non se n'accorge.
È comparso solo da qualche giorno: i pendolari di lungo corso, in silenzio, si riconoscono tra loro e notano subito una faccia nuova. Avrà 60 anni, ha i capelli brizzolati, corti, dritti e ribelli, la carnagione scura, il viso quadrato, il naso corto... un po' pugile, insomma.
La giacca scura è abbondante sulle spalle e i pantaloni gli si appiccicano alle calze quando cammina, testa bassa e borsello in pelle a tracolla.
Una mattina si è seduto nel posto a fianco al mio e mi ha subito rivolto la parola: "Già al lavoro, eh?", mi dice, facendo cenno con la testa all'ipad acceso sulle mie gambe. "Non proprio, in realtà...", gli rispondo, destandomi per un attimo dal mio usuale torpore mattutino, quasi infastidita, come se mi avesse rotto con un dito la bolla di sapone in cui stavo tanto bene.
"Dev'essere molto utile...", riattacca dopo un istante, continuando a guardare verso lo schermo. "Per un pendolare senz'altro", gli rispondo senza alzare lo sguardo per non dare troppa corda. Da lì non ci parleremo più, ma i suoi occhi più volte guarderanno il mio ipad.

giovedì 1 maggio 2014

SAHARA: una sorprendente Tunisia in 4x4 (5-12 aprile 2014)

di Jenny Bassa

5 aprile 2014
Da Tunisi a Douz attraversando l'entroterra

Atterriamo a Tunisi dopo due ore dal decollo a Milano Malpensa e per prima cosa spostiamo indietro di 60 minuti le lancette dell'orologio: in Tunisia l'ora è soltanto solare. Ci attende un minibus diretto a Douz, cittadina di quasi 30 mila abitanti nel sud della Tunisia, definita "la porta del Sahara", dove dormiremo alcune notti, prima e dopo i tre giorni nel deserto.

Che si sia alle porte del Grand Erg (il mare di sabbia) lo si capisce fin dalla capitale: tutto appare impolverato, le auto soprattutto, dentro e fuori. Ma non è polvere. E' il fesh fesh, sabbia sottilissima proveniente dal Sahara, che impalpabile quanto il borotalco non ci lascerà più durante tutto il viaggio. Anzi, ce la ritroveremo in valigia anche una volta tornati a casa.   
   
Ma lasciata alle spalle la capitale da oltre 700 mila abitanti, con le sue grosse arterie lungo le quali sventolano, alte, innumerevoli bandiere rosse nazionali, i colori si impongono con tutto il loro calore, nonostante il cielo sia coperto di nuvole. Se davanti infatti ci precede una lunga e grigia striscia d'asfalto, ai lati sfilano ampie piantagioni di viti e ulivi, e campi di frumento recintati da filari di fichi d'India coi loro simpatici frutti rossi come posticci nasi di clown.

Sono seduta davanti, a fianco dell'autista, Alì, di Douz. Peccato non saper parlare il francese, che qui parlano praticamente tutti, oltre ad un dialetto dell'arabo: in Tunisia infatti l'inglese serve a poco o a nulla. Anzi, è più facile incontrare tunisini che parlano italiano. Non Alì, purtroppo, con il quale riesco tuttavia a comunicare qualcosa. Scopro così che Douz dista da Tunisi circa 550 chilometri e che ci vorranno circa 7 ore per raggiungerla. Uno scherzo, dunque, in confronto alle 22 ore in bus fatte lo scorso novembre per attraversare la Patagonia.

Intanto capiamo perché i nostri sedili sono tutti rivestiti alla bell'e meglio di sacchi celesti, quelli della spazzatura, fissati con il nastro adesivo. Massimiliano, il tour leader (Horizon Travel), si era infatti raccomandato che il pulmino venisse non solo pulito, ma anche lavato, visto che avrebbe trasportato solo donne, 14 per l'esattezza. Peccato, però, che i sedili risultassero ancora umidi quando siamo arrivate, così gli incaricati hanno improvvisato la soluzione dei sacchi di plastica, che tutte abbiamo comunque apprezzato.

Qui, del resto, siamo in Africa: c'è poco dello standardizzato, del massificato e dell'industrializzato cui siamo ormai assuefatti noi occidentali. Si avverte anzi la sensazione che ogni situazione sia a sé stante, irripetibile, unica. E noi non stiamo andando né in un villaggio turistico né in crociera. E' un viaggio on the road il nostro, che per definizione ha un margine di imprevedibilità, ovvero proprio quel quid in più che lo rende speciale fin sulla carta. L'importante è affidarsi a professionisti, come si sono dimostrati i nostri accompagnatori in ogni circostanza.

domenica 30 marzo 2014

SAHARA, cosa portarsi nel deserto: consigli per bagaglio, calzature, abbigliamento, protezioni e tecnologia

di Jenny Bassa

Tra una settimana esatta mi starò trasferendo nel deserto del Sahara tunisino per un raid in 4x4. Saremo un gruppo organizzato di 13 persone e, accompagnatori a parte, sarà per tutti la prima volta nel deserto sahariano.
L'inconsueta meta non poteva far sorgere, negli ultimi giorni, il tema "come mi vesto - cosa porto", che ha avuto il suo culmine ieri sera in una cena pre-partenza tra alcuni partecipanti.
Di seguito condivido quanto emerso, grazie ai preziosi consigli e suggerimenti di chi ci farà da guida in quest'avventura (Horizon Viaggi).

Posto che il raid nel Grande Erg Orientale sarà di tre giorni (e due notti in accampamento), lasceremo il bagaglio in hotel, salvo portarci il necessaire in uno zaino da circa 20 litri. I 4x4 infatti dovranno trasportare innanzitutto vettovaglie e l'occorrente per l'accampamento.  
In sostanza lo zainetto da portarsi appresso nel Sahara sarà grossomodo il bagaglio a mano che ciascuno porterà in cabina in aereo, perché, in caso all'aeroporto il nastro trasportatore non restituisca la nostra valigia caricata in stiva, addio deserto!

domenica 23 marzo 2014

"INCROCI E LINEE CONTINUE" - Racconto segnalato alla II edizione del premio letterario Marco Pozza 2014

di Jenny Bassa

È primavera e c’è il sole. Ma sono le 7.47 e Lia è in ritardo: alle 8 parte il bus per Vicenza e da casa sua alla stazione di Thiene ci sono una decina di chilometri. Si fionda nella sua vecchia Clio “verde buttiglion” (lo stesso colore delle bottiglie da due litri del vino di suo nonno) e in men che non si dica è già in statale.
Impreca contro tutto e tutti. Soprattutto contro chi le si para davanti e procede a velocità di crociera. Tra dossi, incroci e rotatorie non riesce a superare nessuno. Finalmente un rettilineo fa al caso suo: l’altra corsia è libera, quindi si butta fuori e la sua Clio non ha difficoltà a superare l’auto che da un paio di chilometri le fa da tappo. Bene, ora conta di farcela, basta solo un po’ di fortuna con i semafori.
Qualcosa però attira presto la sua attenzione dallo specchietto retrovisore. Sono i fari, lampeggianti, dell’auto che la segue. Cosa vuole ora questo?, si chiede Lia scocciata, senza darci troppo peso. Ma è un attimo, perché si rende subito conto che – maledizione! – quei fari lampeggianti sono di un’auto dei carabinieri ed è probabile che stiano intimando a lei, sì, proprio a lei, di accostare.
Da dove diavolo sono sbucati?, si chiede Lia, con un fremito. Un attimo prima del sorpasso, ne è sicura, nello specchietto non c’era nessuno. Ma non ha importanza, perché davanti (anzi dietro) ha un grosso problema, e non è certo il bus in partenza da Thiene.

sabato 22 marzo 2014

LAGORAI (16-21 marzo 2014): sciare sulla neve mista a sabbia del deserto


di Jenny Bassa

Sole. Tanto sole. E caldo. Troppo caldo. Giornate così miti, da queste parti, sono soliti averle a fine aprile, primi di maggio. Mica a metà marzo: come ieri, quando si son toccati addirittura i 13-14 gradi, a oltre 1600 metri sul livello del mare. 
"Ma prendiamo quello che viene, non abbiamo scelta", ha chiosato con dignitosa rassegnazione l'albergatrice dell'hotel Passo Brocon, dopo averci raccontato che un febbraio così piovoso non lo avevano visto mai: "Anzi - ha aggiunto, senza mai piangersi addosso, come tutti qui, sulla stagione difficile -, febbraio è notoriamente il mese più freddo, con temperature anche di 13-14 gradi sotto lo zero, ma da star bene, perché è un freddo secco".

Oltre alla pioggia, è scesa copiosa anche la neve, con cumuli sedimentati fino a oltre tre metri. Lo testimoniano i muri di neve ai lati delle strade, che incombono minacciosi sui veicoli in transito, o che ricoprono ancora i pendii più in ombra: strati su strati di precipitazioni successive, rivelati in verticale dalle nette interruzioni in corrispondenza di un masso, di un dislivello improvviso o di una catasta di tronchi, sonnecchianti sotto quelle pesanti, gelide e gocciolanti coperte bianche. 

domenica 2 marzo 2014